STRAGE DI VIA RASELLA, 18 KG DI TRITOLO COMUNISTA

23/3/2026

Oggi dopo ottantadue anni per chi passa in via Rasella a Roma può notare i segni
dello
scoppio della bomba antitedesca sulle facciate dei palazzi, segni di quell'attentato
voluto dai gruppi partigiani legati al Partito Comunista Italiano.
L'attentato di via Rasella portò una dura risposta di rappresaglia tedesca che
scaturì con l'eccidio delle Fosse Adeatine, tra cui trovò la morte il siracusano
Magg. Carlo Avolio.
Fu un attentato antitedesco sanguinoso che si poteva evitare non avendo nessun
obiettivo militare strategico, ma solo politico e di ulteriore odio.
L' attentato di via Rasella fu un'azione della Resistenza romana condotta il 23 marzo
1944 dai Gruppi di Azione Patriottica (GAP), unità partigiane del Partito Comunista
Italiano, contro un reparto delle forze d'occupazione tedesche, l'11ª Compagnia del
III Battaglione del Polizeiregiment "Bozen", appartenente alla Ordnungspolizei
(polizia d'ordine) e composto da reclute altoatesine.
Fu il più sanguinoso e clamoroso attentato urbano antitedesco in tutta l'Europa
occidentale.
L' azione, del cui ordine dopo la guerra si assunse la responsabilità Giorgio
Amendola, fu compiuta da una dozzina di gappisti (tra cui Carlo Salinari, Franco
Calamandrei, Rosario Bentivegna e Carla Capponi) e consistette nella detonazione di
un ordigno esplosivo improvvisato al passaggio di una colonna di soldati in marcia e
nel successivo lancio di quattro bombe a mano artigianali sui superstiti.
Causò la morte di trentatré soldati tedeschi (non si hanno informazioni certe circa
eventuali decessi tra i feriti nei giorni seguenti) e di due civili italiani (tra cui
il dodicenne Piero Zuccheretti), mentre altre quattro persone caddero sotto il fuoco
di reazione tedesco.
Il 24 marzo, senza nessun preavviso, seguì la rappresaglia tedesca consumata con
l'eccidio delle Fosse Ardeatine, in cui furono uccisi 335 prigionieri completamente
estranei all'azione gappista, tra cui dieci civili rastrellati nelle vicinanze di via
Rasella immediatamente dopo i fatti.
Fin dalle prime reazioni, invero, l'attentato è stato al centro di una lunga serie di
controversie (anche in sede storiografica) sulla sua opportunità militare e
legittimità morale, che lo hanno reso un caso paradigmatico della «memoria divisa»
degli italiani. Nella lunga storia processuale dei fatti del marzo 1944, anche la
legittimità giuridica dell'attentato è stata oggetto di valutazioni diverse: sul
piano del diritto internazionale bellico è stato giudicato, da tutte le corti
militari britanniche e italiane che hanno processato e condannato gli ufficiali
tedeschi responsabili delle Fosse Ardeatine, un atto illegittimo in quanto compiuto
da combattenti privi dei requisiti di legittimità previsti dalla IV Convenzione
dell'Aia del 1907; sul piano del diritto interno italiano è stato invece considerato,
in tutte le sentenze emesse sul caso da giudici civili e penali, un atto di guerra
legittimo in quanto riferibile allo Stato italiano allora in guerra con la Germania.
Le motivazioni dell'attentato sono state rappresentate in modi diversi: secondo
un'intervista resa nel 1946 dal gappista Rosario Bentivegna, «scuotere la
popolazione, eccitarla in modo che si sollevasse contro i tedeschi»; secondo la
deposizione di Giorgio Amendola al processo Kappler (1948), indurre i tedeschi al
rispetto dello status di Roma città aperta smilitarizzando il centro urbano; secondo
la Commissione storica italo-tedesca (2012), contrastare l'occupante e «scuotere la
maggioranza della popolazione civile dallo stato di attesa passiva in cui versava».
Tutte assai discusse, le motivazioni hanno costituito tra l'altro l'oggetto di una
teoria del complotto che non ha trovato alcun riscontro né in sede storiografica né
in sede giudiziale.