STRAGI PARTIGIANE IN ISTRIA: LA TRAGICA FINE DELLE GIOVANI SORELLE ALBINA, CATERINA E FOSCA RADECCHI

21/3/2026

da: Unione degli Istriani

“La foiba di Terli si apre sul margine della stradicciuola che porta da Schitazza a
Vareschi”.
Così il “Corriere Istriano” di Pola, raccontava nel novembre 1943 dell’esumazione
degli infoibati di Dignano, Carnizza, Marzana, Medolino, Lavarigo ed altri paesini
nei dintorni di Pola: “il 5 ottobre ventisei prigionieri, tra cui quattro donne,
vennero trasportati ad Oricchi dove rimasero una notte. Sappiamo ora quale sorte
attendeva questo gruppo di deportati”.
Certo, nei paesi le voci giravano e di loro si diceva
fossero finiti tutti in foiba. Li avevano visti per l’ultima volta prigionieri, alla
berlina dei partigiani. Alcuni di essi, quelli di Marzana, erano stati costretti a
sfilare in paese prima di essere portati sulla piazza.
Qui, Ivan Kolić, detto “el Gobo” (il Gobbo), sadico capo dei partigiani titini di
Barbana, li aveva costretti, di fronte ai parenti trascinati in strada per vedere lo
spettacolo, a bere in un bicchiere della nafta. A coloro che sputavano o reagivano,
la gettò sui vestiti e poi vi dette fuoco.
E rideva, rideva, rideva…
Anche a Terli fu la squadra del maresciallo Harzarich di Pola a calarsi nella foiba.
“Dopo una giornata di intenso e pericoloso lavoro – annotò nella sua relazione del 4
novembre del ’43 − vengono riportate in superficie ventisei salme tra le quali quelle
di quattro donne. (…) La roccia che delimita la bocca dell’abisso reca incisioni
bianche, segno evidente che spararono dietro alle proprie vittime mentre queste
stavano già precipitando”.
Tra quelle donne tre erano sorelle.
Le riconobbe il padre, come raccontò allora il Corriere Istriano. “Benché induriti
dallo spettacolo atroce, i testimoni notando dai vestiti a colori vivaci, dalle
capigliature, dalle fattezze che le vesti scomposte lasciano intravvedere, che si
tratta di donne, hanno un brivido di raccapriccio. Un uomo piccolino ed attempato che
è vicino a noi, non appena scorge il primo cadavere esclama impallidendo: ‘xe mia
fia…!’".
Quel corpo, seminudo, era di Albina Radecchi, sua
figlia, di ventidue anni. Portava un bambino in grembo che sarebbe nato qualche mese
dopo. Ma ciò non bastò a risparmiarle la vita e l’oltraggio della violenza, che
subirono anche le sue sorelle, riesumate subito dopo, tutte senza gli indumenti
intimi.
Ancora la testimonianza del tempo: “Albina presenta una ferita mortale da arma da
fuoco alla regione sottoclavicolare destra; Caterina Radecchi diciannovenne, e Fosca
Radecchi diciassettenne, non presentano alcuna ferita d’arma da fuoco: hanno il
cranio fracassato, probabilmente nella caduta, le sottovesti strappate”.
Le gettarono vive, dunque.
La loro colpa? Le tre sorelle lavoravano in una fabbrica di Pola e, al ritorno, si
soffermavano a chiacchierare con i militari della Regia Aeronautica di stanza al
distaccamento di Fortuna, nei pressi di Altura.
I partigiani le prelevarono una notte di settembre dalla loro abitazione a Lavarigo e
le portarono a Barbana a fare le sguattere. In quei giorni furono più volte
violentate.
Poi la fine in quell’abisso, a Terli, la notte tra il 9 e il 10 ottobre 1943.
E ci chiedono pure di perdonare, senza alcun ravvedimento? È impossibile, per noi!